Se abbiamo tutti in mente album che cercano di darti una forma precisa.
Ti spiegano cosa sono, dove vogliono andare, come dovresti ascoltarli.
Polimorfe fa esattamente il contrario.
La sensazione, ascoltandolo, è quella di avere davanti qualcosa che non vuole stare fermo abbastanza da diventare definibile. Non per confondere, ma perché tutto il disco nasce proprio da quell’idea lì: il fatto che una persona, un corpo, una voce, persino un pensiero, non debbano per forza restare uguali abbastanza a lungo da essere capiti facilmente.
E allora Angelica Perri costruisce undici brani che sembrano più stati che canzoni. Passaggi.
Dentro Polimorfe cambia tutto continuamente: i suoni, il linguaggio, il tono emotivo. Si passa da momenti molto intimi e acustici a cose più teatrali, ironiche, quasi rabbiose, ma non si ha mai la sensazione di ascoltare pezzi scollegati. È più come attraversare stanze diverse della stessa mente.
E forse è proprio questo che rende il disco così compatto anche quando cambia pelle.
La parte più interessante è che il concept non rimane teoria. Non è uno di quei progetti che parlano di trasformazione senza trasformarsi davvero.
Qui la metamorfosi succede anche nel suono.
Le chitarre acustiche, gli archi, la fisarmonica convivono con momenti più pieni, più rumorosi, con arrangiamenti che si allargano all’improvviso e altri che invece sembrano quasi trattenersi per non rompere qualcosa.
Tutto si muove molto vicino al corpo.
Ci sono brani che sembrano scritti guardandosi allo specchio troppo a lungo, altri che usano l’ironia per dire cose molto meno leggere di quello che sembrano. Ormoni in ascolto, per esempio, prende qualcosa di estremamente fisico e personale e lo trasforma quasi in un linguaggio politico senza perdere il sarcasmo. Mentre Macchina del tempo ha quella malinconia strana delle persone che si sentono fuori sincronizzazione con il presente.
E poi c’è Licange, in cui le parole si spezzano, cambiano forma, diventano quasi materia fisica. Tentativo di capire quanto il linguaggio possa contenere una persona prima di diventare troppo stretto.
C’è qualcosa nel modo in cui Angelica Perri scrive e costruisce i brani che me la fa pensare più come una cantastorie, nel senso più bello del termine. Non solo perché racconta, ma per il modo in cui sembra trascinarti dentro immagini, personaggi, stati emotivi e piccoli mondi che si muovono continuamente tra realtà, simbolo e memoria. Anche quando parla di cose molto intime o contemporanee, c’è sempre quella sensazione quasi orale, come se le canzoni esistessero prima ancora di essere registrate, come se qualcuno potesse raccontarle seduto davanti a te, usando la voce per tenere insieme tutte le trasformazioni del disco.
La cosa che resta alla fine di Polimorfe è il tentativo continuo di restare fedeli a sé stessi mentre si cambia forma cento volte nel frattempo.
E forse è proprio questo il punto più riuscito del disco: non cerca mai una versione definitiva di sé.
Accetta il fatto che potrebbe non esistere.


