Con “Come in un film”, Luca Valenti, in arte Lucanint, porta alla luce il racconto della giungla urbana e della gavetta musicale. Il chitarrista romano — diplomato al Conservatorio, già autore per Netflix e studente ad Officina Pasolini — firma un brano che fotografa con amara ironia e grande groove le contraddizioni della “movida” e della vita da artista emergente.
Scritto insieme a Lorenzo Lepore e prodotto da Fabio Grande, il pezzo parte subito forte con un’istantanea di Roma a giugno (“A Giugno a Roma ci morirei / Mi ammazza il caldo e sono ancora le sei”), tra garage soffocanti che masticano jazz e sale prove dove ci si spacca le orecchie solo per il gusto di suonare. Ma il contrasto con la realtà dei club è dietro l’angolo: Lucanint punta il dito contro le logiche dei locali di tendenza (“E più che musica ti chiede di portare la gente“), uno sfondo popolato da “narcisisti, intenditori, cani, porci e bohemien”; si sceglie infatti la strada del contrasto: la frustrazione per le dinamiche della musica d’autore emergente non viene sfogata in un lamento, ma raccontata con un’ironia lucida e tagliente. A fare da controaltare all’amarezza della gavetta c’è una melodia incalzante e ritmata, dal groove travolgente, che trasforma il disagio e i paradossi dei club in un pezzo maledettamente ballabile.
C’è un’atmosfera retrò ben precisa che strizza l’occhio all’epoca d’oro del funk e della disco (grazie al citazionalismo sui Bee Gees), mentre sullo sfondo scorre la solita fila per un drink e la sensazione perenne di essere “già fuori moda”.
Sullo sfondo di una Roma descritta come una “giungla di matti, fumo e culi nei jeans” che si trasforma in una New Orleans distopica, emerge una figura femminile sfuggente, una “musa-Houdini” che balla da sola, manda in tilt il protagonista e scompare prima ancora di un “come stai”.
A completare e impreziosire il brano arriva il videoclip ufficiale firmato da Brando Pacitto. Il video gioca con intelligenza sul titolo della canzone: invece di inseguire una sovrastruttura cinematografica o la solita finzione patina, sceglie l’estetica essenziale e “analogica” del vero percorso di un artista. C’è un racconto visivo in continuo movimento tra l’intimità del club e l’orizzonte aperto di Santa Severa, tra tramonti, viaggi in macchina ombrelloni spiaggia e sala prove.
Lucanint ci dimostra che anche la frustrazione, se vestita del giusto ritmo e di un pizzico di autoironia, può trasformarsi in un perfetto tormentone d’autore.



