Dopo Tutto: il peso dei ricordi, il tempo che cambia e la musica come modo per ritrovare sé stessi e abitare il presente
Alcuni dischi nascono da un’urgenza e altri da una consapevolezza lenta, attraversando ricordi e domande rimaste a lungo senza risposta.
Dopo Tutto, il nuovo lavoro di Don Antonio, appartiene forse a entrambe le categorie. Uscito il 10 luglio 2026, segna un nuovo capitolo nel percorso di Antonio Gramentieri, musicista, produttore e compositore romagnolo, fondatore dei Sacri Cuori e autore di numerose collaborazioni, tra cui quelle con Nada, Vinicio Capossela, Alejandro Escovedo e Hugo Race.
Dieci brani che attraversano talking blues e suggestioni folk, intrecciando memoria, relazioni umane e trasformazioni. Un disco che sceglie anche di sottrarsi alla fruizione digitale: soltanto quattro tracce sono disponibili sulle piattaforme, mentre l’album completo è custodito in un’edizione fisica limitata, arricchita da una serigrafia originale di Samuele Canestrari.
È proprio dal tempo e dalla memoria che comincia la nostra conversazione. Lo raggiungiamo telefonicamente mentre è in macchina, diretto a Pavia per un concerto. Il viaggio diventa così lo sfondo naturale di un’intervista che, tra ricordi personali e riflessioni sulla musica, si interroga su ciò che cambia, ciò che resta e sulla necessità di continuare a muoversi. Perché, dopo tutto, qualcosa rimane.
Una geologia del ricordo
«Non tutte le cose diventano più belle se le spieghi fino in fondo», dice Don Antonio quando gli chiediamo da dove nasca il titolo Dopo Tutto. Una risposta che sembra già contenere il senso di un disco che non cerca interpretazioni definitive, ma lascia spazio a chi ascolta. Le parole, tuttavia, hanno anche un’origine privata: lo stop imposto dalla pandemia, necessario per chi lavorava nel mondo della musica e quello che è arrivato dopo. «È stato una sorta di risveglio, ognuno a modo suo. Ed è anche il motivo per cui poi è difficile svegliarsi; ti guardi allo specchio e vedi un po’ che segni ha lasciato su di te il trascorso». Un momento di bilancio, quindi, in cui osservare «quali sono le sensazioni che hanno avuto la forza di rimanere e quanto le trovi cambiate dentro di te».
Il punto di partenza del disco è un ritorno concreto: la casa dell’infanzia, quella in cui Don Antonio ha vissuto fino ai venticinque anni. Il riordino di un appartamento rimasto a lungo in disordine diventa l’occasione per ritrovare oggetti appartenuti a epoche diverse, frammenti di una vita che sembravano ormai lontani. «Si era creata una sorta di geologia del ricordo, per quanti strati erano stati messi in quella stanza. Ogni strato metteva alla luce alcune cose di una certa epoca. Era come se ogni era fosse rimasta lì, catturata in questi infiniti strati».
È un’immagine particolarmente efficace per raccontare la genesi di Dopo Tutto: il passato non si presenta come un archivio ordinato, ma come una stratificazione di esperienze che riaffiorano in modo imprevedibile. «Ritrovi cose che ti attivano un ricordo vivo, per esempio una chitarra, che ancora suono, o reliquie di uno sport che non è più andato avanti come uno skateboard, i pezzi di una moto che non hai più». Oggetti apparentemente insignificanti, capaci però di riattivare sensazioni e riportare alla luce parti di sé che il tempo aveva depositato altrove.
La necessità di guardarsi indietro, racconta, è legata anche a un cambiamento anagrafico. «Io ho 54 anni, dopo i 40 anni comincia un periodo in cui il mondo in cui tu vivi, quello che consideri fisso, comincia a perdere dei pezzi». I genitori invecchiano, le persone care se ne vanno, alcune relazioni si interrompono. Nel suo caso, la madre è scomparsa undici anni fa, mentre il padre ha oggi 87 anni. Sono esperienze che modificano inevitabilmente la percezione del tempo e, soprattutto, il rapporto con ciò che è stato.
«Fino a una certa età della mia vita ho avuto la sensazione che il passato e le cose che avevo lasciato fossero nella stanza di fianco: mi bastava aprire la porta e tendere la mano ed erano lì, uguali a loro stesse. Poi ti svegli un giorno e vedi che questa possibilità non c’è più». Le cose cambiano, si deteriorano, finiscono. Rimane il ricordo, che però «inevitabilmente non è un filtro neutrale». È una consapevolezza che Don Antonio aveva già iniziato a esplorare con La Bella Stagione, disco concepito prima della pandemia e pubblicato proprio in quel periodo. «È una risposta al fatto che il mondo cambia forza di gravità quando ti vengono meno delle robe così vicine». Dopo Tutto prosegue quel percorso, tornando sulle stesse domande da una prospettiva diversa, più consapevole della distanza che il tempo crea tra noi e le persone, i luoghi e le esperienze che ci hanno formato.
Tra gli oggetti ritrovati nella casa c’è anche una chitarra del 1983, una Squier giapponese acquistata usata dal suo maestro di chitarra. All’epoca era una linea economica Fender, mentre oggi è diventata uno strumento ricercato dai collezionisti. «Mi ha fatto pensare a una cosa che all’epoca per me aveva poco valore, col tempo ne aveva acquisito parecchio». Una piccola storia che, in fondo, racconta anche il modo in cui la memoria modifica il valore delle cose: ciò che un tempo sembrava ordinario può diventare prezioso, non necessariamente per quello che è, ma per tutto ciò che porta con sé.
Imparare a stare nel presente
Guardare indietro, però, non significa voler recuperare a ogni costo ciò che è stato. Don Antonio si definisce una persona nostalgica, abituata a pensare al passato come a un «regno fatato», ma racconta di aver imparato quanto questa inclinazione possa diventare un ostacolo. «Questa consapevolezza a volte può farmi vivere peggio il presente, che è l’unica cosa che abbiamo davvero». Da qui una presa di coscienza che attraversa il disco: «Il rapporto con il passato è qualcosa che si può avere a patto che non influisca sul presente».
Mentre ne parliamo, è ancora in viaggio. La risposta arriva quasi come una dimostrazione pratica di quello che sta raccontando: «In questo momento io sto guidando la macchina per andare a suonare a Pavia, e in questo momento la cosa importante è questa, andare a suonare e provare a vedere come andrà. Qualsiasi risultato abbia ottenuto ieri o ottenga domani è meno importante rispetto a questa cosa su cui ho la possibilità di agire adesso». Non c’è bisogno di una grande dichiarazione per spiegare il senso del presente: a volte basta sapere dove si sta andando e concentrarsi su quello che si ha davanti.
È qui che la conversazione prende una piega più personale. Don Antonio si rivolge direttamente alla mia generazione, provando a immaginare come cambia la percezione del tempo quando si è ancora all’inizio del proprio percorso: «Alla tua età è normale avere un’idea leggendaria del passato e un’idea fatata del futuro. La tua generazione ha un’idea di futuro meno ottimistica rispetto a quella che aveva la mia generazione, perché alla tua età il tempo sembra ancora illimitato, quindi è normale avere questo tipo di percezione, ma arriva eh». Quel «ma arriva eh», pronunciato quasi come una confidenza, restituisce alla riflessione una dimensione diversa. Non è una lezione, né il tentativo di consegnare una verità assoluta: è il racconto di chi, attraversando gli anni, ha imparato che il tempo non è infinito e che il modo in cui guardiamo al futuro cambia insieme a noi.
Questa tensione tra movimento e necessità di trovare un equilibrio emerge anche in L’esatto peso dei sogni, uno dei quattro brani disponibili sulle piattaforme. Il verso «un passo per camminare, uno per stare in piedi» mette in relazione due gesti semplici, ma non necessariamente coincidenti: andare avanti e riuscire a mantenersi in equilibrio. Gli chiediamo se, nel suo percorso personale e artistico, ci siano stati momenti in cui fermarsi sia stato più importante che avanzare. «Certamente, abbiamo prima citato una frase su cui ci siamo soffermati che per me è stata molto emblematica», risponde. «La necessità di fare un passo avanti per poi rimanere in equilibrio è qualcosa che accade ogni giorno».
Don Antonio si riconosce naturalmente portato al movimento: «Tra le due, nella mia vita ha sempre avuto più importanza il passo per andare avanti». Ma questo non significa ignorare la necessità di restare saldi. Per spiegarsi torna alla propria esperienza da sciatore: «Puoi fare tutti i salti del mondo se sai controllare bene il tuo essere attaccato per terra». Una frase che sembra restituire anche il senso del suo percorso, non rinunciare allo slancio, ma sapere da dove si parte e dove si può trovare un punto d’appoggio.
Un disco da ascoltare, non da consumare
La scelta di rendere disponibile online soltanto una parte di Dopo Tutto è uno degli aspetti più particolari del progetto. Una decisione che potrebbe essere letta come una presa di posizione contro lo streaming, ma che Don Antonio tiene a spiegare senza assumere il tono di una contrapposizione generazionale. «Cerco di non darti un parere da boomer, adesso è un lusso avere tutte le discografie disponibili con un click su tutte le piattaforme. È un lusso che non possiamo negarci. Al tempo stesso, bisogna vedere a che costo arriva questo lusso».
Il problema, secondo il musicista, riguarda l’equilibrio di un sistema in cui la disponibilità immediata della musica non sempre corrisponde a un riconoscimento adeguato per chi la produce. «Il fatto di avere tutta la musica gratis disponibile è un lusso a spese di chi sta arrivando e questa è una cosa che va bene nel momento in cui è bilanciata. In questo momento evidentemente non va bene, perché l’anello debole della catena è chi produce la musica e chi la mette in circolo».
Non si tratta, però, di giudicare chi ascolta attraverso le piattaforme. Don Antonio riconosce anche un cambiamento positivo rispetto al passato: «Se una persona che ad un ascolto distratto e occasionale, quarant’anni fa ascoltava una canzone in radio, adesso la ascolta su Spotify, si è fatto anche un passo avanti, perché adesso devi per lo meno scegliere cosa ascolti. Per cui non lo giudico, fa quello che vuole». La sua riflessione riguarda piuttosto il rapporto che ciascuno decide di instaurare con la musica. «Ad oggi ascoltare un disco per me vuol dire avere un rapporto con il disco» , rapporto che passa anche attraverso il gesto materiale dell’acquisto, il tempo dedicato all’ascolto, la possibilità di lasciarsi accompagnare da un album senza interromperlo continuamente.
«Per me anche lo sforzo economico e fisico di alzarmi dalla sedia, andare, comprarlo, portarlo a casa, mettere la puntina, dargli il tempo che gli serve per dirmi quello che vuole dire e non bruciarlo nel tempo di un click o uno scroll, è fondamentale rispetto al mio rapporto con la musica».
In un lavoro che riflette sulla memoria e sulla necessità di concedere alle cose il tempo di rivelare il proprio significato, anche la modalità di ascolto diventa parte del racconto. Il vinile, il CD e la serigrafia non sono soltanto un modo per rendere disponibile l’album completo, ma contribuiscono a restituire alla musica una dimensione fisica, in cui l’ascoltatore è invitato a fermarsi e a costruire un rapporto con ciò che ha davanti.
Dopo tutto, qualcuno è rimasto
Il disco si chiude con un’immagine intima e concreta: «Dopotutto ci siamo svegliati in un letto abbracciati». Dopo tante fughe, distanze, fotografie mosse e richieste di essere difesi persino da sé stessi, il finale non sembra cercare una spiegazione definitiva. Si affida piuttosto a un gesto di vicinanza, a una presenza che resta. È un’immagine che abbiamo ripreso con Don Antonio per parlare del suo percorso, dalle esperienze con i Sacri Cuori alle collaborazioni internazionali, fino al lavoro solista, e di come sia cambiato nel tempo il suo modo di intendere il ritorno.
«È una domanda difficile. Sei influenzato da tutto, che tu lo sappia o no». Il punto in cui si arriva, spiega, è il risultato di una combinazione di fattori: «La tua capacità di reazione agli eventi, il peso degli eventi che sono capitati, la casualità che ti ha visto ricevere determinati eventi in determinati momenti della tua vita». Nel suo caso, il periodo successivo alla pandemia è stato particolarmente difficile, anche sul piano professionale. «Il punto che avevo raggiunto prima, anche con il mio lavoro, era andato : ci siamo risvegliati in un altro mondo».
Eppure, in quel mondo diverso, qualcosa era rimasto. «Ci siamo risvegliati comunque abbracciati; ciò significa che è rimasto qualcuno vicino che ti ricorda chi sei o chi vuoi essere». Non necessariamente un compagno o una compagna, può essere anche una persona con cui condividere la musica, qualcuno che continua a riconoscere una parte di noi che rischiavamo di aver dimenticato.
Don Antonio cita Mastini, che in quel momento si trova accanto a lui, come esempio di questa vicinanza. È arrivato più tardi nel suo percorso, è molto più giovane, ma in lui riconosce qualcosa di familiare: «Rivedo quella voglia di fare le cose in un certo modo e non mi è ancora passata». È forse uno dei passaggi più umani dell’intervista, perché sposta il discorso dal bilancio individuale alla possibilità di ritrovare sé stessi anche attraverso gli altri. Non tutto ciò che ci ha accompagnato nel passato può essere recuperato, ma alcune persone riescono a restituirci un’immagine di ciò che siamo stati e, soprattutto, di ciò che possiamo ancora diventare.
«Io sono uscito molto male da quel periodo a livello personale e professionale, ci sono uscito con una fiducia nel genere umano molto ridimensionata e messa in discussione», racconta senza nascondere le difficoltà. Ma qualcosa, in fondo, era rimasto. Abbastanza da permettergli di scrivere un disco, di trasformare quel bilancio personale in un racconto da condividere. «Era anche un mio bilancio interno, ma anche un mio bilancio che stavo facendo perché fosse un medium per dire alle persone delle cose che magari con la voce sarei più in difficoltà a dire». E aggiunge: «Il medium poetico ti consente di dire delle cose che altrimenti faresti fatica a tirar fuori».
La musica diventa così uno spazio di espressione, ma anche un modo per dare un senso a ciò che è accaduto. Don Antonio parla di Dopo Tutto come di una «tappa di ritorno in quota», precisando che non si tratta di una quota legata al successo o al riconoscimento professionale: «Mi pongo il problema di quanto quella cosa per me ha significato in quel momento». È una distinzione importante, perché restituisce al disco la sua natura più autentica: non la celebrazione di un traguardo, ma la necessità di riconoscere il valore di un’esperienza mentre la si attraversa.
Alla fine, Dopo Tutto non prova a ricomporre il passato né a promettere che tutto possa tornare come prima. La casa dell’infanzia, gli oggetti ritrovati, la chitarra del 1983, le persone che se ne sono andate e quelle che sono rimaste diventano parti di un unico racconto, in cui la memoria non è soltanto ciò che conserviamo, ma anche ciò che ci permette di capire chi siamo diventati. E quell’immagine conclusiva, due persone che si svegliano abbracciate, non ha bisogno di essere spiegata fino in fondo. Forse, dopo tutto, non è necessario ritrovare ogni cosa al proprio posto. A volte basta accorgersi che, nonostante il tempo e tutto quello che ha portato via, qualcuno è ancora lì.




