Ho ascoltato Retinopatia mentre cercavo di mettere a fuoco una cosa mia.
Non ci riuscivo, ovviamente.

Ma forse era il contesto giusto.

Partiamo dalla copertina.
Una radiografia dell’occhio di Emanuele Santona, classe ’95, producer parmigiano che da anni mette le mani nella scena indie italiana. Non nel modo rumoroso di chi deve stare davanti, ma nel modo preciso di chi sa dove appoggiare le cose perché funzionino.

E già lì uno potrebbe fermarsi e fare il critico serio: parlare di sguardo, percezione, della vista come metafora contemporanea, dello stress che si deposita dove meno te lo aspetti.
Ma la verità è che questo EP non chiede di essere spiegato.

Retinopatia non si limita a farsi ascoltare. Vuole osservarti mentre lo fai.

Con quel modo un po’ arrogante che abbiamo di pretendere di vedere tutto chiaramente, sempre. Capire subito cos’è una cosa. Dove sta andando. Che genere è. E invece no.

Qui Santona non fa il featuring di passaggio.
Non fa il tecnico dietro le quinte. Fa qualcosa di più interessante, costruisce stanze.

Dentro ci invita altri artisti a muoversi, ma senza mai sistemare davvero i mobili.
Le luci sono basse, qualche porta rimane socchiusa, e ogni tanto non capisci bene da dove arrivi il suono.

Gli ospiti entrano come si entra in una conversazione già iniziata:
si siedono accanto, a volte parlano piano, a volte spostano l’aria.

Non c’è l’ansia della performance.

Le tracce non si mettono in fila.
Non cercano il ritornello che ti salva la giornata o la frase da sottolineare nelle storie Instagram.

Sono flussi.
Appunti sonori.
Cose dette quando sei troppo stanco per abbellirle.

E questa è probabilmente la cosa più interessante del progetto, in un momento in cui la musica cerca sempre più nitidezza [suoni levigati, identità chiarissime, canzoni che si spiegano da sole] Santona sceglie deliberatamente lo sgranato.

Dentro questo EP si parla di solitudine, dipendenze, separazioni improvvise, ma anche di una cosa più difficile da definire: l’idea di osservare la propria vita da fuori, come se passasse un po’ sopra di noi.

E allora vedi che forse quella radiografia in copertina non è solo una trovata estetica. Non la prospettiva lucida. Ma un occhio stanco che continua comunque a guardare.

Alla fine, quando l’EP finisce, non hai risolto niente.
Non hai capito tutto.
Non hai messo davvero a fuoco.

Però magari succede che smetti di stringere gli occhi così forte.

E già quello, a volte, è abbastanza.