Erre Punto - L'esordio e la sua storia

Erre Punto: la ricerca di una voce, da una cameretta romana al palco di Carl Brave

Non è stata la fretta a portarlo davanti a settemila persone. È stato un percorso fatto di tentativi, errori, studio e una continua ricerca di autenticità. Erre Punto racconta come nasce il suo progetto, il rapporto con Roma, l’evoluzione della sua scrittura e il significato di “Trim”, il disco che trasforma un percorso terapeutico in musica.

Ci sono artisti che iniziano a fare musica perché inseguono un sogno preciso. Altri, invece, se ne accorgono solo dopo anni, guardandosi indietro. Per Erre Punto non esiste un momento esatto in cui tutto è cominciato. Non c’è stata un’illuminazione, una data da segnare sul calendario o un concerto capace di cambiargli la vita nel giro di una sera. La musica, racconta, si è semplicemente presa il suo spazio, giorno dopo giorno, fino a diventare qualcosa da cui non riusciva più a separarsi.

Questa naturalezza è probabilmente il tratto che oggi colpisce di più. La stessa con cui,  ha aperto il concerto di Carl Brave davanti a migliaia di persone. Un palco importante, quello del cantautore romano che più di ogni altro ha influenzato il suo modo di raccontare Roma. Eppure, nelle sue parole, quell’esibizione non viene descritta come un punto d’arrivo, ma come la conferma di essere finalmente nel posto giusto.

Dietro quella tranquillità, però, c’è una storia fatta di anni passati, registrazioni tra studio e meme vocali in cameretta, di sperimentazioni continue, di blocchi creativi, di corsi di canto iniziati dopo una sonora bocciatura e di una ricerca quasi ossessiva di una voce personale. Una storia che, inevitabilmente, parte da una semplice lettera.

Più di un nome: perché “Erre Punto”

Prima ancora della musica, c’è un’identità.
Per molti artisti il nome d’arte è un’etichetta; per Erre Punto è quasi una dichiarazione d’intenti. La “R” racchiude tutto ciò che lo definisce: Riccardo, il suo nome; Roma, la città in cui è cresciuto; il rosso, il suo colore preferito; e il rap, il linguaggio musicale da cui tutto ha preso forma.

«Mi chiamo Riccardo, sono di Roma, il mio colore preferito è rosso e vengo dal rap. C’è questa R che accomuna tutto», racconta.

La scelta di chiamarsi semplicemente “Erre” nasce proprio dalla volontà di alleggerire quell’eccesso di autoreferenzialità. Non eliminare se stesso, ma trasformarlo in qualcosa di più ampio, capace di contenere tutto il suo immaginario. La lettera rimane, ma smette di indicare soltanto una persona: diventa un simbolo che tiene insieme la città, le influenze e il percorso artistico. È un dettaglio apparentemente piccolo, ma racconta già molto del suo modo di costruire un progetto,  partendo dalla propria storia senza chiudersi dentro di essa.

Una cameretta, un microfono da nove euro e tanta ostinazione

La storia musicale di Erre Punto non nasce in uno studio professionale. Nasce durante un’ora di matematica.

«Ero in terza media. Il primo pezzo si chiamava Vita de Strada. L’ho scritto con il mio compagno di banco.» Da quel momento tutto prende una piega estremamente spontanea. Nessun corso prestigioso, nessuna scuola di musica alle spalle. Solo tanta curiosità e la voglia di fare.

«Registravamo in cameretta con microfoni da nove euro. Facevo venire chiunque a registrare.»

È il classico laboratorio adolescenziale in cui ogni limite economico diventa un’occasione per inventarsi qualcosa. Le attrezzature sono improvvisate, le conoscenze tecniche quasi inesistenti, ma l’entusiasmo compensa tutto. La sua formazione, infatti, è quasi completamente autodidatta.
«Ascoltavo tantissima musica. A un certo punto ho avuto anche una parentesi da producer e questo mi ha aiutato a capire meglio le dinamiche di una canzone.»
L’unico insegnamento scolastico che ricorda con particolare affetto arriva dalla professoressa di musica, quella che insegnava flauto.

«Ci spiegò cos’era una quartina e ci fece scrivere una canzone per un progetto scolastico. Sono piccole cose, ma iniziai a capire cos’era una forma canzone.»

Da lì in poi il percorso continua attraverso esperienze sempre diverse. Arrivano le prime pubblicazioni, il confronto con un’etichetta discografica e soprattutto la nascita del gruppo di lavoro che ancora oggi rappresenta il cuore del progetto.
«Si è creato il mio team di studio. Ognuno mi insegnava qualcosa: chi una cosa, chi un’altra. R Punto sono io, ma in realtà è un progetto costruito insieme a tante persone.»
Un concetto che tornerà più volte nel corso della conversazione: dietro il nome Erre Punto non esiste soltanto un cantante, ma una squadra che cresce insieme.

La lezione del Teatro Sistina

Nel suo percorso esiste un episodio che racconta meglio di qualsiasi altro il rapporto che ha con gli ostacoli. Succede dopo l’uscita dei primi lavori.

La canzone Vecchia Roma, dedicata alla nonna, inizia a ottenere un’importante attenzione. Arriva così la chiamata per cantarla al Teatro Sistina durante uno spettacolo.

Potrebbe essere il coronamento di anni di lavoro. Invece diventa una delle delusioni più grandi. «Vado a fare le prove e canto completamente di gola. Stono tutto.»
Molti avrebbero vissuto quel momento come una bocciatura definitiva, lui invece no, inizia un corso di canto che cambia radicalmente il suo approccio.

«Lì ho iniziato realmente a capire qualcosa di canto, di songwriting e di tante altre cose. Il mio insegnante aveva una visione molto ampia e abbiamo iniziato a lavorare sul progetto a trecentosessanta gradi.»

L’episodio del Sistina, oggi, non viene raccontato come un fallimento, ma come il momento in cui smette di essere semplicemente un ragazzo che scrive canzoni e comincia a ragionare davvero da artista.

Quando la musica smette di essere un hobby

Alla domanda su quando abbia capito di voler fare musica per tutta la vita, Erre Punto non cita un concerto, non parla di numeri.
La sua risposta assomiglia molto di più alla descrizione di una relazione sentimentale.

«È stato un po’ step by step. Oggi lo voglio fare. Domani pure. Dopodomani ancora.»

La differenza, spiega, arriva quando comincia a immaginare un futuro insieme alla musica.
«Quando inizi a pensare: allora domani farò questo, dopodomani quest’altro… è lì che diventa una relazione d’amore.» È una definizione che racconta bene anche il suo modo di vivere il lavoro artistico: niente colpi di fulmine, ma una scelta quotidiana.
Anche quando attraversa un periodo in cui si dedica soprattutto alla produzione e all’attività da DJ, quella relazione non si interrompe mai davvero. «Non è che avevo smesso. Avevo semplicemente cambiato linguaggio.»

Per poi tornare alla scrittura, quella che ancora oggi considera la dimensione in cui riesce a raccontarsi meglio.