Saumele Cyma, con il suo album “AURA impossibile” ci spiega com’è possibile fermarsi e tornare a respirare

Tra jazz sperimentale, post-rock, ambient ed elettronica glitchata, “AURA impossibile” è un viaggio nelle zone instabili dell’ascolto. Un disco stratificato e viscerale, in cui la precisione delle macchine incontra l’imprevedibilità dell’improvvisazione e la fragilità diventa materia sonora.

Ci sono alcuni dischi che cercano di conquistare l’ascoltatore attraverso retoriche complesse e mainstream, altri che preferiscono metterne alla prova le coordinate.

Aura impossibile appartiene alla seconda categoria, il suo obiettivo non è quello di offrire appigli immediati, né quello di lasciarsi  rinchiudere in un genere, senza particolare interesse a rispettare le aspettative di chi ascolta.
Il suo sound si muove piuttosto in una zona di confine, dove il rumore può diventare armonia, una cassa dritta può dissolversi in una distesa ambient e una voce, attraversata da processori digitali, può conservare intatta la propria capacità di ferire. Proprio questa peculiarità rende il disco profondamente empatico: il suo immaginario, inizialmente bianco e candido, si apre a una molteplicità di sfumature, trasformandosi attraverso le esperienze e la sensibilità di chi ascolta. Una musica che non impone significati, ma lascia spazio all’interpretazione personale, permettendo a ognuno di riempire i suoi vuoti con i propri colori.

Il linguaggio di Cyma nasce dall’incontro tra jazz sperimentale, elettronica, ambient e le dilatazioni emotive del post-rock. Ma le etichette, in questo caso, servono soprattutto ad indicarne le coordinate di partenza. Il risultato di queste influenze è una musica ibrida, stratificata, attraversata da improvvise fratture e costruita per accumulo. Chitarre, sintetizzatori, campionamenti, percussioni elettroniche, strumenti acustici e voci manipolate convivono in un paesaggio sonoro nel quale la composizione sembra continuamente sul punto di perdere il controllo, senza però rinunciare a una propria forma.

Questa tensione rende interessante il progetto, dimostrando che dietro la complessità degli arrangiamenti non c’è il desiderio di dimostrare quanto possa essere sofisticato un suono, ma la necessità di inseguire qualcosa che sfugge alle definizioni. Una sensazione, un ricordo, una relazione, una presenza che si avverte con intensità proprio mentre sembra dissolversi.

Dalla chitarra jazz alle geometrie instabili dell’elettronica

Per capire il mondo di Samuele Cyma bisogna tornare a un home studio costruito dal padre nel 2001. I suoi genitori sono musicisti amatoriali, gli strumenti fanno parte dell’ambiente quotidiano e già durante il liceo Samuele registra e produce. In seguito arriva la laurea in chitarra jazz al Saint Louis di Roma, una formazione che gli offre strumenti tecnici e sensibilità armonica, senza trasformarsi in un recinto stilistico.

Tra le influenze che ne hanno segnato il percorso ci sono i Radiohead, i Sigur Rós e le atmosfere del post-rock e dell’ambient, insieme alle esplorazioni più recenti del jazz sperimentale europeo, dell’elettronica e della musica corale. Quest’ultima non è un interesse marginale; infatti per dieci anni Cyma ha fatto parte del Coro Giovanile Diapason, un’esperienza che sembra riaffiorare nella sua attenzione per le voci, le sovrapposizioni e le possibilità espressive della polifonia.

Nel 2018, a Ciampino, fonda insieme alla cugina e ad altri amici  un collettivo che si occupa di performance e installazioni sperimentali. Nel 2023 pubblica Sigillata Luce, il suo primo LP, che gli permette di entrare maggiormente in contatto con la scena romana e di avviare nuove collaborazioni.

Con AURA impossibile, queste esperienze convergono in una visione più personale. «In questo disco ho buttato dentro tutto: esperienze personali e influenze musicali», racconta. Non un manifesto teorico costruito a tavolino, dunque, ma il tentativo di dare una forma a un materiale accumulato nel tempo, lasciando che siano i suoni a suggerire la direzione.

«Quando entro in studio vado completamente libero: la mia produzione è quasi inconsapevole. Suono, improvviso, e mi porto dietro tutto quello che mi piace e che ho vissuto».
Solo in un secondo momento arriva il lavoro di selezione, la ricerca del dettaglio, la lunga operazione di cesello. Possiamo definire l’artista un musicista legato al gesto fisico e architetto del suono, ma senza regole troppo rigide. Prima lascia che la materia emerga, poi prova a organizzarla. L’intuizione e il controllo sono le due forze che tengono in piedi il disco.

Samuele Cyma

Una notte senza sonno e la scoperta di un altro mondo

Ogni percorso di ricerca ha le proprie epifanie. Per Cyma, una delle più significative risale al 2013, quando scopre All Is Violent, All Is Bright dei God Is an Astronaut e Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven dei Godspeed You! Black Emperor.

Ricorda una notte senza sonno, trascorsa da solo sul balcone di casa, fino all’alba. Non descrive un evento spettacolare ma la sensazione di aver incontrato qualcosa capace di aprire uno spazio interiore fino a quel momento inesplorato.

«Sentivo di aver scoperto qualcosa di forte dentro di me», racconta.

L’ascolto potrebbe essere definito, non solo come  ricezione di melodie, ma esperienza fisica, dilatazione del tempo, possibilità di entrare in contatto con sensazioni che non hanno ancora trovato un nome. Negli anni successivi, altri dischi hanno contribuito a orientarne la ricerca : Light Extracts di Eivind Aarset, Oil of Every Pearl’s Un-Insides di SOPHIE e Lowlands di Marcus Fischer e Taylor Deupree. Riferimenti differenti, accomunati dalla capacità di trattare il suono come uno spazio da attraversare e trasformare.

In AURA impossibile questa attitudine diventa un metodo compositivo. Il disco non procede sempre per sviluppo lineare, spesso accumula strati, interrompe il proprio movimento, cambia consistenza. Chiede all’ascoltatore di abbandonare l’idea che ogni elemento debba condurre a una risoluzione prevedibile.

L’aura esiste soltanto mentre scompare

Il titolo del disco contiene già una contraddizione. Un’aura è qualcosa che si percepisce, una presenza che circonda le cose senza coincidere del tutto con esse. Ma come si può afferrare qualcosa che, per sua natura, rimane sfuggente?

«Mi piace pensare che l’aura esista solo mentre si sta per dissolvere», spiega Cyma.

L’immagine ha una radice personale: il riferimento è anche all’aura dell’emicrania, quel bagliore che compare dietro gli occhi e altera la percezione. Nel titolo, spiega l’artista, convivono ulteriori livelli di significato, dal pensiero di Walter Benjamin all’idea di una presenza irripetibile che si sottrae nel momento stesso in cui la si riconosce, fino al gioco linguistico con l’impossibilità dell’“aura farming”, espressione legata alla costruzione e all’esibizione artificiale della propria aura.

Nell’arco di diversi anni, Samuele, arriva a diverse consapevolezze vissute come soglie instabili, sospese tra il dissolversi e la ricerca di un appiglio.

«Più che esorcizzare qualcosa ho cercato di capirlo». È probabilmente la frase che restituisce meglio il nucleo emotivo dell’album. La musica non serve necessariamente a risolvere un conflitto, né a trasformare ogni esperienza in una narrazione ordinata. Può essere, più semplicemente, il luogo in cui una sensazione diventa finalmente percepibile.

Macchine imperfette, voci ferite

L’elettronica di Cyma non cerca la perfezione levigata. Attraversata da interferenze, deformazioni e improvvisi cambi di consistenza, essa stessa è materia emotiva, capace di rompersi, tremare e perdere stabilità.

«Se la musica elettronica non ha anima è perché nessuno ce l’ha messa dentro», dice, richiamando una riflessione di Björk che sente particolarmente vicina.

Il caso più emblematico è Lentamente sai, dove Cyma costruisce un canone polifonico ispirato alla tradizione rinascimentale, evocando figure come Palestrina, ma affidandosi esclusivamente alle proprie voci, trasformate da autotune, harmonizer e arpeggiatori. La sovrapposizione delle linee vocali genera una struttura che guarda alla musica antica e profonda, mentre il trattamento digitale ne altera la natura, aprendo una frattura tra memoria e contemporaneità.
Il timbro umano diventa materia plastica, senza per questo perdere la propria intensità. «Considero la voce uno strumento capace di veicolare tantissima emotività», spiega. «Mi piace cercare questa forza emotiva anche nel processing».

Manipolare non significa necessariamente allontanarsi dall’umano. A volte significa spingerlo verso una forma che, senza l’intervento tecnologico, non potrebbe esistere.

E il finale di AURA impossibile, affidato al brano impossibile, compie il movimento inverso. L’elettronica si ritira, le stratificazioni digitali scompaiono e rimangono soltanto chitarre e corde. Dopo un album costruito attraverso sovrapposizioni e trasformazioni, il suono si spoglia. Non è una risposta definitiva alle tensioni precedenti, ma un ultimo cambio di prospettiva: ciò che resta quando le macchine smettono di parlare.

Samuele Cyma

Dall’aeroporto di Zagabria al sax baritono: la materia viva delle canzoni

In Dissolvimi, tutto nasce da un arpeggio ciclico composto su Ableton durante un’attesa all’aeroporto di Zagabria. Tornato a casa, Samuele aggiunge percussioni elettroniche e una melodia improvvisata. Il brano prende forma intrecciando macchine, batteria acustica e sax baritono in un equilibrio tra scrittura e libertà esecutiva.

Lo stesso approccio ritorna in Sento il GELO, la cui coda, vedo te, abbandona la cassa in quattro per aprirsi a un’improvvisazione al sintetizzatore, accompagnata da voci campionate, flauti e batteria libera. Nessuna strategia per disorientare l’ascoltatore: «Inseguivo solo quello che mi diceva la testa», spiega Cyma. La sperimentazione segue il flusso creativo senza sacrificare la forma-canzone, ancora riconoscibile in brani come Dissolvimi e sabbie immobili.

Dal vivo, la libertà musicale del producer si traduce in un quartetto con Federico D’Angelo, Giovanni Iacovella e Michele Mariola, dove sax baritono, tuba, flauti, batteria, elettronica, chitarre e basso dialogano con i sintetizzatori modulari, il computer e la voce di Cyma.

«I brani li eseguiamo sempre in modo un po’ diverso perché veniamo comunque tutti dal mondo dell’improvvisazione e ci divertiamo molto a variare nei suoni e nelle dinamiche».
Le composizioni mantengono la propria identità, ma in ogni esecuzione la precisione dello studio incontra così l’imprevedibilità del palco.

L’impossibile come possibilità

In AURA impossibile, Samuele Cyma non cerca di risolvere le contraddizioni, ma di abitarle: tra elettronica e strumenti acustici, controllo e improvvisazione, stratificazione e sottrazione. Il titolo racchiude questa tensione: «Mi piace pensare che l’aura esista solo mentre si sta per dissolvere».

È forse qui che il disco trova il suo centro; si apre la possibilità di dare forma a qualcosa senza pretendere di trattenerlo. Un suono, come un’emozione, può essere fragile e incompiuto senza perdere intensità. E persino le macchine, nelle mani di Cyma, possono diventare strumenti per raccontare ciò che sfugge alle parole.