Capita a tutti di provare a cambiare e diventare qualcun altro, fino a deformarsi, perdendo la propria identità e la propria strada. C’è qualcosa di profondamente irrisolto nel modo in cui Letizia Sovieni costruisce questo brano, che si ripropone come un movimento circolare, quasi ipnotico, che scava, letteralmente, sotto la pelle.

“Epidermide” non è solo una parola ricorrente, è una soglia, un confine fragile tra ciò che si mostra e ciò che tenta disperatamente di emergere. Pare che la si attraversi senza quasi mai oltrepassarla, come se si restasse sospesi costantemente in questa tensione tra desiderio e impossibilità. Il risultato è un testo che non cerca di spiegarsi ma di farsi sentire; un testo viscerale, stratificato e a tratti scomodo, che lotta contro le imposizioni bigotte di una società, quando la pelle ­- l’involucro delle nostre emozioni – va a contatto con il mondo esterno e si danneggia, sanguina, appare fragile. Questo brano invita a scavare sotto la propria pelle per ricercare la parte migliore di se stessi, sorvolando sulle etichette sociali.
La scrittura si muove per accumulo e ritorno. Le frasi si ripetono, si sfaldano, ritornano identiche eppure leggermente diverse, come pensieri che non riescono a trovare una via d’uscita. “Forse cercavo l’amore” diventa un ritornello emotivo prima ancora che musicale, una verità fragile che si consuma nel momento stesso in cui viene pronunciata. E poi il controcanto, quasi spietato: “sanguinare non ti farà diventare quello che non sei”. Proprio qui il brano trova il suo punto di rottura, una lucidità improvvisa che incrina l’intero impianto emotivo.

Anche sul piano sonoro, il pezzo si muove in equilibrio tra intimità e costruzione. La base è lenta, dilatata, tipicamente cantautorale, ma attraversata da beat sottili che non invadono mai davvero lo spazio, piuttosto lo abitano, lo amplificano, creando una tensione sotterranea che cresce senza esplodere. È un’intensità trattenuta, che si insinua più che dichiararsi, lasciando che sia la voce a portare il peso principale. La sensazione è quella di sentire una spinta che non arriva mai all’apice, come parole non dette rimaste tra le labbra.
E la voce, qui, non interpreta: insiste. Torna sulle stesse parole come se potesse cambiarne il significato semplicemente ripetendole, come se dentro quella ripetizione si nascondesse una risposta. Ma la risposta non arriva, e forse è proprio questo il senso del brano.
Letizia Sovieni costruisce così una piccola architettura emotiva fatta di corpo, suono e mancanza. Un pezzo che non cerca la risoluzione, ma resta volutamente aperto, incompiuto. Come una ferita che non smette di interrogare chi la guarda e chi la abita.