Esistono spazi mentali che preferiamo tenere chiusi a chiave. MERÝDIA, al contrario, decide di aprire spalancata la porta della sua interiorità con “Nella stanza buia”, un EP d’esordio autoprodotto e uscito a marzo che trasforma la vulnerabilità in materia sonora. Non si tratta solo di una raccolta di brani, ma di un lucido concept diviso in quattro capitoli, legati da un filo conduttore armonico impeccabile e da una produzione curata in ogni minimo dettaglio compositivo.
Il tema centrale è assai complesso e viscerale: la salute mentale. MERÝDIA lo affronta senza retorica né pietismi, portando alla luce il problema in modo quasi naturale attraverso il suo personale ed avvolgente R&B napoletano. Non è affatto scontato riuscire a sfiorare crepe così delicate senza trasformarle in cliché o addolcirne la sostanza. Tra le pieghe di questi brani si percepisce un’urgenza espressiva viscerale: la produzione non veste la musica, ma la fa respirare, lasciando emergere una naturalezza che appartiene solo alle cose vissute sulla propria pelle. MERÝDIA dimostra così una rara maturità, bilanciando il peso di tematiche profonde con un’eleganza vocale e un’efficacia comunicativa capaci di arrivare diritte al cuore.
Ascoltare “Nella stanza buia” significa compiere un viaggio dentro le crepe più intime della psiche, guidati dalla voce e dalla visione di MERÝDIA. L’EP autoprodotto si sviluppa come un unico filo armonico e narrativo in cui la musica diventa uno specchio per esplorare la salute mentale senza filtri o retorica.
Il percorso prende il via con “A’ Pucundria”, brano d’apertura immerso in sonorità folk elettroniche e R&B che scava nelle profondità della depressione. Tra le trame della lingua napoletana, l’artista tocca il punto più basso per poi intravedere la risalita, chiamando in causa il concetto di “alleria”. Non si tratta di una banale spensieratezza, ma di quella gioia dolceamara e velata di nostalgia resa celebre da Pino Daniele: quel sorriso sottile che si indossa per schermare il dolore, diventando paradossalmente il primo battito verso la rinascita. La depressione si ripresenta come un circolo vizioso che non lascia tregua, un’altalena esistenziale che l’artista racchiude in una vertigine di poche parole: «Nasco, muoio, rinasco, mi ricreo». C’è una sofferenza sottile che attraversa i giorni—«ogni juorno è nu tormiento, nun ce penso, sulo pe campà»—dove il semplice sopravvivere diventa un atto di resistenza quotidiana contro il rumore dei propri pensieri. Eppure, proprio quando il buio sembra aver consumato ogni cosa, la cenere smette di essere maceria e diventa terra fertile: «alla fine te lo dico sul serio, si rinasce dalla cenere, è vero». La caduta non è la fine del viaggio, ma il presupposto doloroso e necessario per risalire in superficie e riappropriarsi della propria luce.
Dall’oscurità più introspettiva si passa poi alla carica provocatoria di “Welcome to the show”, un pezzo pop/R&B intriso di sfumature elettroniche dove il tema centrale diventa il disturbo narcisistico. Qui l’analisi psicologica si veste di sfacciata ironia e si trasforma in una denuncia verso un’industria musicale schiava dell’apparenza; l’artista affronta la fame di riscatto di chi rifiuta di adeguarsi ai canoni di facciata, alzando la voce in uno “show” che mette a nudo le ipocrisie del sistema.
Nel terzo capitolo, “Lontana da te”, l’impatto emotivo si fa ancora più denso e viscerale. Tra atmosfere nu-soul e venature blues, il brano mette in scena un dialogo intimo e sofferto con il disturbo d’ansia, personificato come un’entità tangibile, una presenza ingombrante e quasi seducente. L’artista canta la vertigine di questo legame ambiguo e simbiotico: «Io vorrei lasciarti fuori da me, anche se ormai tu sei l’unica che sa riaccendermi, l’unica che non si perde, sei l’unica che mi conosce davvero sul serio». L’ansia diventa l’unico specchio che sembra comprendere l’ombra interiore, ma il prezzo da pagare è un’invasione costante dei propri confini emotivi—«E non vedi che risale e fa male».
È un rapporto fatto di risacche e tempeste, dove i pensieri si accavallano privi di controllo: «Tutto cambia e un po’ si confonde, i pensieri sono come le onde che si infrangono, tra i ricordi più vivi di me che ritorno da te». C’è una costante tentazione di ricadere nelle vecchie abitudini e di rifugiarsi tra le braccia di quella solita paura, provando a ripartire da quei «scheletri che si nascondono ancor di più dentro di te».
Eppure, proprio nel punto di massima tensione, la narrazione compie uno scarto decisivo. La presa di coscienza si trasforma in emancipazione: la consapevolezza che per sopravvivere occorre spezzare il cordone ombelicale con il proprio malessere. La distanza diventa l’unica forma possibile di salvezza e di libertà: «Ma ora so come non perdermi, ora riesco anche a riaccendermi, ora che davvero vivo e so stare senza di te». Non è l’annullamento del dolore, ma la conquista della propria autonomia emotiva: l’ansia non è più il centro dell’esistenza, e l’artista ritrova la luce da sola, senza dover più dipendere dall’ombra.
Infine, il concept trova la sua catarsi in “onmyown”, un esperimento nu-soul e jazz in cui italiano, napoletano e inglese si fondono in un unico linguaggio viscerale. La traccia affronta il tema fragile dei disturbi del comportamento alimentare vissuti in prima persona, ma non rimane chiusa nella sofferenza. Diventa invece un inno all’autonomia e alla determinazione che hanno permesso all’artista di uscirne con le proprie forze.
A sigillare l’intero significato dell’opera è la dichiarazione stessa di MERÝDIA, che racchiude il senso del suo manifesto artistico: «Delle mie complessità che mi hanno portato ad essere spesso esclusa da tutto, ne ho fatto invece unicità. Da qui ho creato la mia stanza ed il mio mondo, e sono pronta a divorarlo». Quella che era un’ombra si trasforma così in uno spazio di creazione, lasciando intendere che “Nella stanza buia” è solo la prima tappa di un racconto ancora più ampio.
“Nella stanza buia” non è un ascolto disimpegnato né una colonna sonora di sottofondo. Bisogna arrivarci preparati: è un viaggio introspettivo, viscerale e a tratti ruvido, che costringe chi ascolta a guardarsi dentro, a scendere a patti con le proprie fragilità e ad avviare un processo di ricerca e presa di consapevolezza dei propri demoni. MERÝDIA non offre facili scappatoie, ma regala una mappa sonora per imparare ad attraversare il buio e ritrovare la luce.
Voto: 8 / 10



